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lunedì 13 maggio 2013

Ansia VS Presenza scenica 7: L'applauso

Prendere gli applausi con generosità e ringraziare



La fine di un qualcosa di bello è sempre un momento molto importante ed emozionante.
Lo è per voi che finalmente potete rilassarvi dopo una bella esibizione ma lo è soprattutto per il pubblico che diventa da parte passiva a parte attiva dimostrando la sua gratitudine nei vostri confronti con gli applausi.
Questo è il modo più spontaneo che il pubblico ha per dimostrare il gradimento dell'esibizione e per ringraziarvi di averli presi per mano e accompagnati nel viaggio emozionale che è un concerto.
Anzi vi dico di più, il pubblico vuole farsi ascoltare!
Non scappate al termine del live farete sentire il pubblico poco importante e avrete dato l'impressione di aver cantato per voi stessi, completate la serata godendovi gli applausi:

  • Ringraziare (sempre e comunque sia dopo una serata fantastica sia dopo una storta)
  • Smile! (dimostrate che apprezzate gli applausi, sorridete e rimanete in contatto col vostro pubblico)
  • Presentate gli altri (anche se l'avete fatto durante la serata cogliete l'occasione per spartire la gloria con i vostri amici musicisti e presentateli di nuovo, da una idea di forte coesione e non di protagonismo sfrenato)
  • Lasciate il palco con stile (rimanete nel personaggio fino a quando anche il vostro ultimo piede non sarà sceso dal palco continuando a dare impressione di autenticità e riconoscibilità. Quando il pubblico sa come identificarvi sa anche quando ha voglia di rivenirvi ad ascoltare)

Eccoci giunti alla fine del nostro percorso iniziato 7 punti fa con tanta paura, ansia e preoccupazione!
Spero che i miei consigli possano aiutarvi a migliorare nel rapporto col palco-pubblico-voi stessi ma che soprattutto vi permettano di godervi fino infondo l'esperienza della vostra voce dal vivo.
Quindi buttatevi e ributtatevi, poco alla volta queste cose diventeranno automatiche e non avrete più bisogno di pensarle!

Quanto fa 5+5? …. Ci avete pensato? … Ovviamente no (spero:-) ) 
anche il vostro rapporto col palco diventerà così naturale con la pratica e con questi 7 punti!


FATEMI SAPERE COME VI TROVATE COMMENTANDO QUESTI POST! 

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domenica 12 maggio 2013

Ansia VS Presenza scenica 5: Libera la visuale

Eliminare ciò che sta tra chi canta e chi ascolta

Almeno che non stiate facendo musica da sottofondo dove non siete voi i protagonisti della situazione ricordatevi che il contatto diretto col pubblico è fondamentale!
Ogni cosa che ostruisce o anche semplicemente ostacola il contatto visivo tra il pubblico e la vostra figura (presa nella sua totalità) va a danneggiare la comunicazione emozionale.
Ci sono diversi errori che noto anche in situazioni professionali con grande visibilità come i talent show e che si potrebbero evitare con semplicissime accortezze.

  • Sposta il leggio (se proprio ne hai bisogno toglilo da davanti e spostalo di lato, fai in modo che non dia fastidio al pubblico che ti deve guardare e tienilo basso)
  • Sposta l'asta (se decidi di staccare il microfono dall'asta per dare un elemento di novità scenica ricordati di passarci davanti o di spostarla in modo che non dia fastidio al pubblico, non c'è nulla di più fastidioso di guardare un cantante con l'asta davanti alla faccia)
  • Non "subire" il cavo (elemento di enorme distrazione per il cantante è il cavo del microfono, non siate goffi e toglietelo con decisione da davanti ai vostri passi, se invece volete interagirci fatelo ma con sicurezza ricordando che comunque anche questo fattore va a interporsi tra voi ed il pubblico)
  • Non dietro la cassa spia se possibile (se siete dotati di almeno 2 casse spia sul palco cantate stando in mezzo tra le 2, è vero che sono basse ma anche queste non permettono di mostrarvi nella vostra interezza e vi limitano se pensate di inginocchiarvi, sedervi ecc...)

Buona regola quindi avere in mente la traiettoria che tutto il pubblico disegna con gli occhi per guardarvi e sgombrare il palco da tutto ciò che rientra in questo cono, NON LASCIATEVI RUBARE LA SCENA DA DEGLI OGGETTI! ;-)

Date una occhiata alla foto qui sotto per capire qual'è l'area nella quale è preferibile togliere ogni ostacolo visivo.

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venerdì 10 maggio 2013

Ansia VS Presenza scenica 1: Preparazione

ARRIVARE PREPARATI AL CONCERTO



Iniziamo da una ovvietà che ha a che fare con il lato psicologico della faccenda: per avere un approccio positivo con l'idea di doversi esibire bisogna avere la coscienza apposto!
L'ansia da concerto è un moltiplicatore di emozioni, se siamo preparati possiamo convogliarla in modo che ci dia la carica giusta per affrontare l'esecuzione, se invece noi per primi non siamo convinti della nostra preparazione queste emozioni saranno autodistruttive.
Con il termine preparazione intendo una lista di cose che vi vado a sottoporre:

  • Aver affrontato e risolto le problematiche tecnico-vocali presenti nel brano
  • Non aver dubbi sulla struttura e sulla tonalità del brano (mettersi nell'orecchio la prima nota del concerto prima di salire sul palco aiuta a combattere la confusione mentale che si abbatte sempre puntuale sulla prima nota della prima canzone del concerto!!!)
  • Conoscere il testo a memoria (essere legati ad un foglio può essere molto pericoloso soprattutto in esibizioni all'aperto e va certamente a minare la nostra efficacia di comunicazione emozionale col pubblico)
  • Sapere cosa vuole trasmettere il testo (non basta conoscere a memoria le parole, per saperle interpretare in maniera coerente sia col corpo che con la voce bisogna conoscere il messaggio di fondo del brano e per questo vi rimando al mio articolo sul sottotesto)
  • Essere soddisfatti del sound-check (spesso se non si è ad alti livelli questa è una utopia ma combattiamoci il più possibile!)
  • Lasciare i problemi personali fuori dall'esibizione (purtroppo non sempre quando dobbiamo cantare abbiamo veramente voglia di farlo ma cerchiamo di dare il massimo sempre concentrandoci sull'esibizione e abbandonando fuori i problemi della vita quotidiana)

Tutte queste premesse, se soddisfatte,ci tranquillizzano dandoci la sicurezza di aver fatto tutto quello che serviva per prepararci, ricordiamoci che in questi momenti saremo i più severi giudici di noi stessi e non perderemo occasione per rinfacciarci (ahimè proprio prima di salire sul palco o peggio ancora durante l'esibizione) le nostre varie mancanze.
Risolviamo questi punti in maniera meticolosa perché l'esibizione deve essere un momento di piacere in modo tale che il pubblico tragga gioia dalla nostra sicurezza. Sicurezza che solo la preparazione ci può dare, NON RIDUCETEVI ALL'ULTIMO MOMENTO ALTRIMENTI QUELLE NEL VIDEO QUI SOTTO POTREBBERO ESSERE LE CONSEGUENZE! :-D






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L'evoluzione del timbro vocale 9 CONCLUSIONE


IL CANTO SPERIMENTALE

Il culmine di ogni esibizione jazzistica è notoriamente l’improvvisazione nella quale il musicista o il cantante di turno danno dimostrazione della loro tecnica e profondità espressiva. Tutta l’evoluzione che il jazz ha vissuto dalla sua nascita ad oggi è stata accompagnata dall’evoluzione del concetto solistico da tutti i punti di vista: ritmico, melodico e armonico. Il fraseggio solistico degli anni ‘50 è diverso da quello che ha caratterizzato le decadi successive e, i musicisti più ferrati, riescono a inserire nelle loro improvvisazioni delle citazioni di quello che fu lo stile di un epoca a loro piacimento. Abbiamo visto che una cosa simile è possibile anche per l’aspetto vocale (per quanto questo sia più legato ai personaggi) che nel tempo ha subito una progressiva evoluzione verso l’intimismo timbrico, sia per una questione interpretativa che di crescente bisogno di agilità vocale nelle improvvisazioni in scat.
L’evoluzione dal linguaggio canoro jazz si è diramata successivamente anche verso zone meno consone per un cantante tradizionale caratterizzate da una ricerca di libertà improvvisativa maggiore.
In questo nuovo e nebuloso campo il timbro vocale diventa il mezzo principale di espressione, spesso le performance, soprattutto di voce sola, non si basano più sui parametri musicali ma solo ed unicamente sul bagaglio timbrico che il cantante può sfoderare. Così facendo si va a recuperare la primordialità della voce che ritrova, dopo essersi slegata dalla musica e dalla parola, tutta la sua potenza espressiva. Il legame tra parola e timbro è un ambito molto interessante da approfondire che sfocia prepotentemente nella psicologia. Generalmente si viene a creare una sorta di reazione inconscia davanti a determinate parole che obbligano l’esecutore a pronunciarle sempre in un determinato modo, con la stessa inflessione o timbro andando a danneggiare la comunicazione non verbale ossia emotiva.
Demetrio Stratos trasse conclusioni simili tramite l’osservazione della fase di lallazione della figlia neonata, ovvero si accorse che la bambina inizialmente giocava e sperimentava con la propria voce, ma poi la ricchezza delle sonorità vocali andavano perdute con l’acquisizione del linguaggio: «il bambino perde il suono per organizzare la parola». Questa osservazione di Stratos sarà il filo rosso che attraverserà per intero il suo percorso artistico e non solo.

Eliminando questa sorta di ricatto psicologico che la parola induce si vanno a recuperare colori timbrici inusuali legati spesso ad emozioni che difficilmente mostreremmo in pubblico ma non per questo da eliminare. In questi ambiti, definiti poi d’avanguardia o di musica contemporanea, si alternano proprio come negli standard jazz parti scritte e liberamente interpretate ad altre completamente improvvisate. I maggiori esponenti di questa che io definisco improvvisazione timbrica sono: Cathy Berberian, Meridith Monk, Demetrio Stratos e Diamanda Galas. L’elenco potrebbe allungarsi di molto ma ho preferito limitarmi ai nomi storici. Interessanti da sottolineare sono gli approcci con i quali i due nomi più famosi hanno intrapreso la loro ricerca vocale e stilistica.

Demetrio Stratos  (Alessandria d'Egitto, 22 aprile 1945  New York, 13 giugno 1979) per esempio ricercava nelle tecniche canore extraeuropee nuove vie per la produzione della fonazione e lo faceva in maniera scientifica tramite l’apprendimento di queste tecniche dai maestri locali. Interessante a livello improvvisativo fu la collaborazione con John Cage in particolare l’approccio vocale ai Mesostics.
I Mesostics sono delle sorte di partiture dove vengono indicate lettere scritte a caratteri, grandezze e posizioni diverse in modo da suscitare nell’interprete una sorta di tendenza interpretativa diversa in base alle loro forme. In queste performance Demetrio Stratos improvvisava l’uso del timbro sul testo dato andando a cercare nel bagaglio che le sue ricerche gli avevano consentito di accumulare.


Altro esempio di improvvisazione timbrica si può avere con Stripsody, una partitura dallo stile fumettistico dove interpretare non più solo delle lettere ma anche disegni, particolarmente famose furono le interpretazioni della sua compositrice Cathy Berberian  (Attleboro, 4 giugno 1925  Roma, 6 marzo 1983).



Meredith Monk (New York, 20 novembre 1942) è stata tra le prime grandi sperimentatrici vocali e improvvisatrici timbriche e il suo percorso, diversamente da quello di stampo più marcatamente scientifico-esplorativo di Stratos, è basato sulla ricerca di espressività artistica più che sulla tecnica vocale fine a se stessa. Ci sono emozioni, stati d'animo, visioni, per cui l'espressione linguistica le appare inappropriata, limitativa, a volte addirittura inesistente nel vocabolario di una lingua. Sensazioni e turbamenti che magari non conosciamo, perché estranei al nostro mondo o che forse abbiamo dimenticato, indaffarati nei corsi e ricorsi della nostra storia. Affascinata da simili congetture, decide di votare il suo intero percorso alla ricerca di un'espressione artistica in grado di rappresentare le trepidazioni dell'eternamente umano, scavando sempre più a fondo nella riesumazione degli strati più primitivi del nostro subconscio tramite la ricerca che venne definita di archeologia vocale.
La particolarità che distingue la sua attività è che viene trasferita da una condizione di individualità ad una di collettività, Meredith Monk spesso si esibisce e incide i suoi lavori con un Ensemble vocale dimostrando che il linguaggio vocale non necessita per forza dell’ausilio della parola per poter essere comprensibile.

I lati più oscuri e ancestrali della voce ci vengono, invece, offerti dall’arte performativa di Diamanda Galas (San Diego, 29 agosto 1955). Nessuno più di lei è riuscito a portare lo strumento naturale per eccellenza verso lande di tormentata espressività e lancinante compartecipazione. Se non è la cantante più dotata da un punto di vista strettamente tecnico (faccenda che a lei, per sua stessa ammissione, interessa ben poco, tanto da non sopportare che si parli dell’entità della sua estensione vocale) nessuno, con l’eccezione di Meredith Monk (la cui musica è comunque estremamente diversa, sia per forma sia per intenzionalità), ha saputo realizzare un linguaggio vocale-musicale tanto eclettico, di così ampio respiro, per un così alto numero di opere. I concetti di dolore, sofferenza, umiliazione, sia fisica che psicologica, saranno sempre al centro della poetica della cantante: è sua intenzione dare voce a coloro che di norma non hanno diritto ad esprimersi, vale a dire i reietti, i sconfitti, gli abbattuti, i feriti. Vuole dar voce o meglio timbro (e quindi identità) all’inascoltabile, a ciò che la società, per convenzione, paura e rigetto, rifiuta di ascoltare.



CONCLUSIONE

Arrivati a questo punto, dopo aver descritto il percorso timbrico vocale all’interno della storia del jazz, per quanto sia stato necessariamente semplificato e stilizzato, c’è una considerazione da fare. Mentre agli albori dello scat il cantante imitava il fraseggio, l’inflessione e lo stile degli strumenti musicali, con l’emancipazione dell’improvvisazione timbrica si è andati in senso opposto ovvero si è recuperata la consapevolezza della voce come primo vero strumento imitato da tutti gli altri. Così facendo si è sempre più ricercata una strada praticabile solo dallo strumento voce che, per costruzione, è lo strumento più duttile e più vicino all’animo umano in quanto ne esteriorizza direttamente le emozioni.
Non è detto che un approccio escluda l’altro, anzi, personalmente credo che più si esplora la tavolozza dei colori timbrici e più abbiamo la possibilità di esprimerci meglio, sia all’interno di una struttura musicale standard sia nell’improvvisazione più viscerale. Molti puristi criticano l’improvvisazione timbrica affermando che non sia più jazz, a questi vorrei ricordare che il jazz nasce prima di tutto come fenomeno sociale di incontro-scontro tra culture, etnie, religioni e musiche di popoli diversi dando ad ognuno la possibilità di emergere e far spiccare le proprie caratteristiche durante gli assoli, va da se che un genere così legato alla multiculturalità e alla libertà di azione non è limitabile a dei parametri stilistici fissi. Spesso invece si è prestato all’apertura nei confronti di nuove influenze finendo con inglobarle e ampliare i propri orizzonti fino all’avanguardia.
È proprio nel limite ormai invisibile tra jazz e avanguardia che il timbro vocale ritrova tutta la sua libertà espressiva pur non perdendo mai del tutto un senso dello stile e anche di riconoscenza nel confronti del linguaggio jazzistico più classico. Vorrei inoltre affermare per concludere che lo studio del timbro, quanto mai sottovalutato in ambito accademico, risulta la più fondamentale arma per la seduzione del pubblico del jazz che, contrariamente alle platee che frequentano ambienti musicali diversi, è abituato alla ricerca di novità ed ama farsi sorprendere dicendo, come nel famoso film “The jazz singer” (1928): "Aspettate un momento, aspettate un momento, non avete ancora sentito niente!"












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GRAZIE PER AVERMI SEGUITO IN QUESTO AFFASCINANTE VIAGGIO, DAL PROSSIMO POST SI CAMBIERÀ  DECISAMENTE ARGOMENTO: 
PRESENZA SCENICA COME GESTIRE IL CORPO E L'ANSIA SUL PALCO

a presto!!! :-)

L'evoluzione del timbro vocale 8


LE VOCI ARCOBALENO

DOMANDA: IN CHE MODO LEON THOMAS HA AFFERMATO DI AVER SCOPERTA LA TECNICA DELLO JODEL?

Dopo questa rapida carrellata di personaggi ordinati in base al percorso che abbiamo denominato di intimizzazione del timbro vocale, prendiamo ora in considerazione alcuni esempi di cantanti che fanno dell’inafferrabilità timbrica la loro dote migliore. Questo, evidentemente, non significa che i prossimi casi analizzati non presenteranno un timbro di partenza specifico e personale come in quelli precedenti e come in ogni persona, ma sta a significare che prendendo in toto il significato di jazz come improvvisazione, hanno fatto la scelta di improvvisare non solo melodicamente e ritmicamente ma anche timbricamente. Potremmo individuare una sorta di percorso anche in questo capitolo, non più verso l’intimismo timbrico ma verso l’improvvisazione timbrica. Dopo il netto distacco conseguito nel tempo dal substrato lirico arriviamo adesso ad un completa e totale inserimento della voce nella musica jazz riscoprendolo ancora una volta e forse più che mai come lo strumento più malleabile e ricco di sfaccettature che più di tutti incarna le possibilità di variazione sonora elevandosi allo strumento potenzialmente principe dell’improvvisazione.

Mark Murphy
Noto ai più per le sue improvvisazioni in vocalese (improvvisazioni dal carattere strumentale ma dotate di un testo scritto) Mark Murphy (nato il 14 marzo 1932) è un pop-jazz crooner di rara e veemente flessibilità vocale.
La sua voce baritonale dalla grana spessa ed elegante gioca spesso con i fruscianti pianissimo, i vigorosi shouts e i falsetti vibranti che mimano gli shakes di tromba. Nell’ultima parte della sua carriera esaspera ancora di più le diversità timbriche della sua voce soprattutto durante le improvvisazioni miscelando sapientemente i suoi colori. Con un’ottima dose di swing riesce ad utilizzare suoni che se presi separatamente possono risultare fastidiosi ma che nel contesto rappresentano dei punti di climax perfettamente coerenti con il discorso improvvisativo da lui intrapreso.


Leon Thomas
Baritono poderoso e pieno di sfumature Amos Leon Thomas Jr (4 ottobre 1937 – 8 maggio 1999) ha realizzato una sintesi tra le diverse tradizioni del canto nero afroamericano miscelando la virile dolcezza dei moderni crooner agli effetti melodrammatici dei blues shouter. Si è fatto soprattutto notare per un’ipertrofia di scat che da una voce di petto e una voce di testa oscilla ossessivamente nello jodel riuscendo ad imbastire perfette frasi melodiche caratterizzate quindi da salti continui. Lo jodel, tecnica usata in varie parti del mondo nei canti tradizionali, rompe definitivamente il concetto di unità della voce spezzandola in due diverse personalità in una schizofrenia timbrica che segnerà da quel momento in poi la ricerca di tutti quegli sperimentatori vocali che si susseguiranno a lui. In una intervista ha dichiarato di aver scoperto questa tecnica dopo essere caduto e aver rotto i denti appena prima di un importante spettacolo.


Al Jarreau
Cantante jazz prima di essere una celebrità del music business, Al Jarreau, nome d'arte di Alwyn Lopez Jarreau (Milwaukee, 12 marzo 1940) produce un pop raffinato in linea con le mode, nonostante ciò, il suo approccio vocale non cede sempre al facile. La sua voce neutra, stimbrata e senza gran vibrato, si esprime mirabilmente nell’arte dello scat e delle percussioni vocali prediligendo d’altronde la poliritmia derivata dalla tradizione africana. È senz’altro dotato di una grande estensione e di una grande flessibilità che gli permettono repentini cambi di registro. Spesso usa la sua voce per imitare gli strumenti non soltanto dal punto di vista ritmico e melodico ma anche timbrico giocando durante gli scambi con uno strumento, o con l’altro a ricalcarne melodia e suono. A suo favore in questo campo gioca la naturale propensione alla nasalizzazione del suono che ben si compara con la tipica caratterista di penetranza dei fiati.







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RISPOSTA: CADENDO APPENA PRIMA DI UN CONCERTO E ROMPENDOSI DEI DENTI :-) 


giovedì 9 maggio 2013

L'evoluzione del timbro vocale 7


Chet Baker: la voce d’angelo del jazz

DOMANDA: QUAL'E' LA CARATTERISTICA TIMBRICA CHE SALTA ALL'ORECCHIO SENTENDO SUONARE E CANTARE CHET BAKER?

«Siamo di fronte a un trombettista che anche canta o ad un cantante che anche suona la tromba?», domanda legittima quella posta da Donald Vincent espressa nella presentazione della riedizione del 2010 del disco Chet Baker Sings. It Could Happen to You. In effetti ciò che avvertiamo ascoltando Chesney Henry «Chet» Baker Jr. (Yale, 23 dicembre 1929  Amsterdam, 13 maggio 1988) è un'inscindibilità, un legame forte, tra voce e tromba, due espressioni di un'unica personalità, diversa da quelle di qualsiasi altro jazzista conosciuto. «Perché il suo approccio allo scat», scrisse Bill Grauer già nelle note di copertina del 1958 «sta a metà strada tra il modo di suonare e il modo di cantare».
Diversamente da ciò che abbiamo già analizzato in Louis Armstrong, ovvero quel netto stacco stilistico e sonoro tra voce e strumento, la relazione tra canto e tromba in Chet Baker trova la sua coerenza proprio nel timbro. Entrambi i suoni infatti sono sommessi, sottili, quasi timidi ma sempre definiti e molto comunicativi. La sua voce d’angelo, come è stata definita probabilmente anche in antitesi con la sua personalità autodistruttiva (fatale gli sarà la sua dipendenza dall’eroina), rappresenta un violento salto in avanti nel nostro percorso di modernizzazione del timbro ed anche un vero punto d’arrivo per quel che riguarda la nostra analisi, sia la tromba che la voce emanano un calore tenue quasi da fiamma di candela e introducono una situazione di intimità. Una grande caratteristica dell’arte di Baker sicuramente fu la dedicabilità di ogni sua performance, sembrava infatti che Chet suonasse sempre e solo per te in quei precisi momenti.



Il suo timbro cristallino, che nel tempo andrà a modificarsi a causa degli abusi di droga che porteranno anche all’estrazione dei denti anteriori in seguito ad una presunta rissa con uno spacciatore conservando intatto il suo fascino ipnotico, quasi sempre privo di vibrato, chiaro e velato, data la sua abitudine di non aprire mai troppo la bocca, sono in completa antitesi con l’ormai vecchia tradizione belcantistica e si stacca nettamente anche dal mondo patinato dei crooner pieni di sovrastrutture. Baker divenne un caposcuola tra i cantanti jazz che trovarono in lui uno stile vocale nuovo e completamente inseribile all’interno del jazz senza sentire l’eco lontano di altre influenze e permettendo, a chi segue ancora oggi il suo esempio, di approfondire ancora di più la visione di una voce-strumento coerente con la propria sensibilità perché, probabilmente, è proprio per se stesso che Chet Baker suonava e cantava. C’è chi dice che lo facesse per guadagnare soldi per l’eroina, sconfinata è la discografia infatti di Baker anche con etichette e gruppi semisconosciuti, e chi, invece, sente nella sua voce la costante malinconia di chi, conscio del proprio disagio, sa che non potrà mai farne a meno. La sua era una flebile preghiera di raccomandazione per se stesso o forse era la voce del suo angelo. 



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RISPOSTA: LA CARATTERISTICA CHE SALTA SUBITO ALL'ORECCHIO E' L'ESTREMA COERENZA TIMBRICA TRA IL SUONO DELLA TROMBA E LA SUA VOCE,

lunedì 6 maggio 2013

L'evoluzione del timbro vocale 6


Nat King Cole: lo charm del sottovoce

DOMANDA: QUALE FU LA FURBERIA TECNICA USATA DA NAT KING COLE PER RENDERE AFFASCINANTI LE SUE INTERPRETAZIONI?

«La mia voce non ha nulla di cui andare fieri. Ha circa solo due ottave di estensione. Credo che sia il rauco, il rumore ansimante che piace ad alcuni». 
Questo diceva di sé Nat King Cole ed è strabiliante leggere una dichiarazione del genere fatta da un cantante su se stesso, ma ciò che Nat King Cole, nome d'arte di Nathaniel Adams Coles (Montgomery, 17 marzo 1919  Santa Monica, 15 febbraio 1965), aveva perfettamente capito di se stesso era che il valore assoluto della sua voce risiedeva proprio nel timbro. Fa impressione leggere quel «piace ad alcuni» se pensiamo che Cole fu uno dei cantanti più influenti della sua epoca, e non solo, andando a determinare un passo molto importante nel percorso che abbiamo definito verso l’intimismo timbrico.
Con Nat King Cole infatti facciamo un passo indietro ma due in avanti, se dal punto di vista prettamente sonoro la sua voce voleva essere calda e affascinante come si usava un tempo, dall’altro ha raggiunto questo obiettivo senza appesantirla in modo artefatto ma sfruttando al massimo la tecnologia microfonica e riducendo al minimo il volume della voce. «Aveva un modo tutto speciale di carezzare ogni parola», scrive Henry Pleasants, «di avvolgervi attorno alla propria voce. Così intima era questa identificazione con la musica implicita nella lingua inglese che è impossibile evocare il ricordo della sua voce senza quello delle parole che ad essa si accompagnano».


Nat King Cole pensava che il segreto del calore della voce risiedesse nel fumo. Era infatti un fumatore accanito di sigarette al mentolo e credeva che un consumo di almeno tre pacchetti al giorno avrebbe dato alla sua voce una tonalità più ricca. Arrivò al punto di fumarne diverse proprio prima di registrare, vizio che gli costò la vita dato che morì a soli 45 anni per un cancro ai polmoni. Il suo charme risiedeva, invece, nella confidenzialità della sua voce baritonale beige tenuta sempre a freno nel volume sfruttando la grande apertura della bocca per far fuoriuscire il suono al meglio senza la necessità quindi di spingere il fiato. Il risultato era un sussurro in mezza voce che catturava l’attenzione dell’ascoltatore e una volta ottenuta non la lasciava più andare tenendola sempre viva con continui ammiccamenti.
Come sottolineava Henry Pleasants, Nat ha oltretutto insegnato a curare a fondo la dizione, da sempre ignorata, per renderla plastica, sonora e musicale: parte integrante del quadro interpretativo. Non dimentichiamo poi l’intonazione: ricordiamo infatti la grandissima importanza e bravura anche del Nat King Cole pianista che contribuì a definire lo standard del trio jazz.




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RISPOSTA: NAT KING COLE CONSCIO DEI LIMITI DEL SUO STRUMENTO PUNTANDO TUTTO SULLA SUA CARATTERISTICA MIGLIORE OVVERO IL TIMBRO, NE SFRUTTO' TUTTE LE SFUMATURE RIDUCENDO DRASTICAMENTE IL VOLUME RISULTANDO UNA VOCE INTIMA E RASSICURANTE.

giovedì 2 maggio 2013

L'evoluzione del timbro vocale 5


Billie Holiday: la voce scomoda della strada

DOMANDA: GRAZIE A COSA BILLIE HOLIDAY RIUSCIVA AD INTERPRETARE I BRANI IN MANIERA COSI' PERSONALE E TOCCANTE?

La carriera e la vita di Billie Holiday, nome d’arte di Eleanora Fagan o Elinore Harris, nota come Lady Day (Filadelfia, 7 aprile 1915  New York, 17 luglio 1959) furono segnate dalla dipendenza dall'alcool, dalla droga, da relazioni burrascose e da problemi finanziari. Billie ebbe un'infanzia travagliata e dolorosa: venne trattata duramente dalla cugina della madre alla quale quest'ultima l'aveva affidata mentre lavorava come domestica a New York. Subì uno stupro a dieci anni e, in seguito, dovette evitare diversi altri tentativi di violenza. Ancora bambina, raggiunse la madre a New York, e cominciò a procurarsi da vivere prostituendosi in un bordello clandestino di Harlem. Guadagnava qualche soldo in più lavando gli ingressi delle case del quartiere: non si faceva pagare solo dalla tenutaria del bordello, che in cambio le lasciava ascoltare i dischi di Bessie Smith e Louis Armstrong sul fonografo del salotto. Quando la polizia scoprì il bordello, Billie venne arrestata e condannata a quattro mesi di carcere. Rimessa in libertà, decise, per evitare di tornare a prostituirsi, di cercare lavoro come ballerina in un locale notturno. Non sapeva ballare, ma venne assunta immediatamente quando la fecero cantare e, ad appena quindici anni iniziò la sua carriera di cantante nei club di Harlem. Questa piccola introduzione biografica era necessaria per far capire da dove potesse uscire una voce così particolare come quella di Billie Holiday ovvero dalla sua storia personale.
Diversamente da altre sue colleghe come Ella Fitzgerald, Billie non veniva dal mondo della popular song che per forza di cose doveva essere accattivante e penetrare nell’ascoltatore ma senza impegnarlo troppo, lei veniva dal gospel e dal blues, ossia dall’area rurale e chiesastica del canto e nei brani che interpretava poneva tutta l’intensità del dramma, senza preoccuparsi di assecondare i gusti del suo pubblico. Il suo timbro risultava grezzo, senza sovrastrutture a volte pure fastidioso pieno di armoniche acute ma terribilmente vero, diversamente da Frank Sinatra che riusciva con il suo fascino vocale a convincerci della veridicità della sua interpretazione, Billie Holiday non aveva alcun bisogno di cercare di convincere l’ascoltatore perché portava sempre sul palco con la sua voce straziata e straziante la sua vita problematica.
Billie non era un’atleta del canto anche se fino alla fine degli anni ‘40 non le farà difetto una potente vocalità, ma si distingue dai suoi contemporanei seducendo per sensualità, espressività inquietante e la trasgressività. La voce con lei diviene uno strumento capace di infondere carattere alle melodie più stucchevoli arrivando a modificare i temi per adattarli alle proprie intenzioni. Questa senz’altro era anche una critica mossa alle consuetudini interpretative dell’epoca.

 
Con Billie Holiday l’impostazione vocale artefatta ereditata dal bel canto va completamente in frantumi, ne rimangono certamente alcune caratteristiche stilistiche come il vibrato spesso presente e una certa potenza vocale almeno nella prima parte della sua carriera che comunque veniva dosata in base all’interpretazione ma la cosa importante è che venivano spostate altrove le direttive della bella voce. Il timbro – un ocra chiaro, screziato – era di per sé un piccolo miracolo, solcato da cento impurità, ora velato, ora raschiante e ombreggiato, ora aperto in un candore fragile, stupito in un «flessibile tono d’oboe», come la definì il noto critico di musica jazz Whitney Balliett che nel suo stesso cangiare rivelava palpiti e spaccature emotive e l’irrequietezza di una naturale intelligenza musicale.
Se è vero che l’abuso di droghe finirà per alterare le sue possibilità vocali restringendone la tessitura e perdendo flessibilità, la sua espressività invece acquistò profondità. Al di la delle sbavature e dell’evanescenza delle sue prestazioni vocali, rimane inalterata se non addirittura amplificata la potenza emozionale impressa nell’asprezza del suo timbro temprato dalle prove e dalle sofferenze della vita. La sua arte affondò molto di più su di un investimento totale in quello che diviene l’attimo intenso di un dramma gigantesco, sconvolgente e autentico: il dramma di Lady Day, il suo.


continua...

RISPOSTA: L'UNICITA' DELLA VOCE DI BILLIE E' DOVUTA ALLA SUA VITA BURRASCOSA E ALLA SUA CAPACITA' DI CONVOGLIARLA NEI BRANI CHE INTERPRETA. PER CAPIRE MEGLIO COSA INTENDO GUARDARE IL VIDEO QUI SOPRA TRADUCENDOSI IL TESTO!

mercoledì 24 aprile 2013

L'evoluzione del timbro vocale 4


Frank Sinatra: The Voice

DOMANDA: QUAL'E' LA CARATTERISTA PIÙ IMPORTANTE DELLA VOCE DI SINATRA?

Pensando ad un percorso di evoluzione del timbro vocale in America era impossibile astenersi dal prendere in considerazione Frank Sinatra per quello che rappresenta nell’immaginario collettivo (il suo soprannome The Voice parla da solo) e per quello che era il suo bagaglio culturalmente: avendo origini italiane è riuscito ad innestarsi in un nuovo territorio di musica popolare portando con se parte del bagaglio timbrico della tradizione lirica italiana.
Francis Albert Sinatra (Hoboken 12 Dicembre 1915 – West Hollywood 14 Maggio 1998), figlio di genitori italiani emigrati negli Stati Uniti, appartiene a quella categoria di cantanti a metà tra i cantanti di musica popolare ed i cantanti jazz noti come crooner, termine traducibile in italiano con la definizione di cantante confidenziale. Il termine, in effetti, ci aiuta nell’analisi del nostro percorso riportando alla mente il fatto che, data l’invenzione del microfono, questi cantanti non furono più obbligati ad avere un suono imponente e per forza di cose standardizzato, ma potevano giocare con la loro voce facendo perno su tutte quelle qualità vocali più vicine al parlato e che comprendevano il sussurro, lo sbadiglio e così via.
Sinatra decise di voler fare il cantante dopo ave ascoltato Bing Crosby alla radio e ne fu sicuramente il degno erede portando con se parte di quel tipico timbro liricheggiante che la tradizione statunitense aveva ormai assorbito ma con un atteggiamento vocale molto più variopinto atto a colorare le sue interpretazioni rendendole estremamente convincenti. La grandezza di Sinatra effettivamente sta anche nel suo essere attore e uomo di spettacolo, fondendo tutte queste sue attitudini con il suo timbro caldissimo riesce a trasportare l’ascoltatore dal semplice ascolto di una canzone all’ascolto di una esperienza di vita effettivamente vissuta.



I legami di Frank Sinatra con il jazz si situano su due livelli distinti pur non essendo lui un improvvisatore di scat. Esiste, in primo luogo, un puro legame di fatto per via di alcuni suoi accompagnatori presi individualmente (per molto tempo pretese che Harry Edison fosse presente durante le sedute di incisione), delle orchestre scelte (Count Basie, Duke Ellington, Buddy Rich, Woody Erman), o ancora degli arrangiatori (Johnny Mandel, Billy May, Quinci Jones, Neal Hefti). In secondo luogo, nel modo stesso di concepire il canto: su tempo rapido o di mezzo Frank swinga e, nelle ballad in lui particolareggiate come in nessun altro, utilizza un feeling che è quasi quello dei grandi improvvisatori. Se capita non rifugge dal correre qualche rischio nel fraseggio o dall’introdurre qualche variante alla maniera d’uno strumentista.
Il timbro baritonale di Sinatra è pervaso da un gran numero di armoniche che, accompagnando le note fondamentali, garantiscono spessore e calore al suo timbro che viene poi spesso arricchito da attacchi vocali differenziati in base al tipo di interpretazione che voleva far arrivare. La laringe sempre lievemente abbassata gli consentiva uniformità nel timbro ma la mancanza di spinta del fiato evitava la sensazione di voce troppo ispirata alla lirica e il vibrato molto presente non era quasi mai sostenuto ma veniva lasciato sempre scendere in dinamica evitando di diventare troppo presente e opprimente. La caratteristica recitativa della sua voce emerge soprattutto quando decide di sporcare il suo timbro con venature di asprezza più marcate usando il filtro denominato twang dalla tecnica vocale Voicecraft (quindi il suddetto restringimento della laringe che conferisce punta e asprezza alla voce) e con l’introduzione massiccia del fiato, tutte caratteristiche comuni alla voce parlata che non fanno altro che rendere più attendibile la storia del brano di turno che Sinatra cantava.

Si può dire che forti erano ancora in Sinatra le fondamenta timbriche belcantistiche pur non avendo un suono squillante e usando stratagemmi resi possibili dai microfoni per differenziarsi dalla lirica. Rimane comunque un timbro unico soprattutto per il calore complessivo in tutta l’estensione e per la capacità affascinante di essere interpretativamente convincente.






RISPOSTA: LA SUA CAPACITA' DI ESSERE CONVINCENTE IN RELAZIONE AL TESTO CANTATO. VISIONARE IL VIDEO PER AVERE UN IDEA PIÙ CHIARA DI QUELLO CHE INTENDO NEL CONFRONTO TRA ROBBIE WILLIAMS E FRANK SINATRA. 

lunedì 25 marzo 2013

L'evoluzione del timbro vocale

DOMANDA: DA COSA DIPENDE IL COLORE DI UN TIMBRO VOCALE?

Introduzione

Il timbro è quella speciale qualità del suono che permette di distinguere uno strumento da un altro a parità di altezza ed intensità. Esso dipende dalla natura del corpo che emette il suono e dalla forma delle vibrazioni emesse. Ogni singola nota viene sempre accompagnata da una serie di suoni subordinati che, amalgamati al principale, risultano impercettibili al nostro orecchio: questi suoni, detti suoni concomitanti o armonici, sono responsabili della diversificazione di un particolare timbro determinandolo in base alla loro quantità e al modo in cui si combinano tra di loro. Di fatto, gli strumenti che producono un numero scarso di armonici sono caratterizzati da suoni poveri di colore. Se, invece, la nota fondamentale è accompagnata da molti suoni concomitanti il timbro sarà caldo e rotondo: al contrario, se prevalgono gli armonici acuti e mancano i primi il timbro sarà aspro e stridulo.
Nel jazz il timbro di solito è il parametro meno analizzato: eppure è la caratteristica che più di ogni altra permette al non iniziato di riconoscere qualcosa come afferente o meno all’espressione musicale jazzistica. La prima causa della confusione tra il jazz più autentico e i suoi derivati commerciali è che quest'ultimi impiegano lo strumentario e la timbrica propri del jazz. Perfino compositori come Stravinsky, Milhaud e Ravel negli anni Venti del Novecento fecero l'errore di considerare ingredienti unici del jazz la strumentazione e la sonorità trascurando l'inflessione e l'improvvisazione. La sonorità tipica del jazz, invece, si può far risalire direttamente al canto e indirettamente alla parlata e al linguaggio dell’Africa centro-occidentale. Più ci allontaniamo dal nucleo della tradizione africana, più ci allontaniamo dall'originaria concezione della sonorità jazz.
La parlata, il canto e l'esecuzione musicale africani sono caratterizzati tutti da un tono aperto e naturale. In ciò appaiono più vicini alla tradizione europea e occidentale che a quella islamica, contraddistinta da suoni sottili, nasali e oscillanti. La musica islamica si riconosce nella vocalità nasale e stridula: nel suo strumentario, analogamente, dominano le ance doppie e gli strumenti a corda. Ecco una ragione sostanziale per cui strumenti come oboe, fagotto e gli archi più acuti non hanno facilmente trovato posto nel jazz. Lo strumentario africano rispecchia le caratteristiche della parlata africana: lo si sente nelle risonanze profonde dei corni d’avorio, nei timbri penetranti dello xilofono e della marimba e perfino nel colore scuro della voce del flauto.
L’identificazione tra voce e strumenti delle popolazioni dell’Africa centro-occidentale era, ed è ancora, così determinante da aver portato all’africanizzazione di strumenti a loro estranei come quelli dell’area sub sahariana, ovvero alla modifica di questi strumenti in modo da rendere il timbro più simile a quello della parlata africana modificando forma, dimensioni dei risuonatori o aggiungendo sonagli e sordine.
Il carattere africano del timbro jazzistico si percepisce, inoltre, nell’individualità e nella personale inflessione del musicista che pratica questa musica. L’energia e la forza comunicativa del jazz stanno nella ricerca di un approccio personale ed originale che, conseguentemente, andrà a caratterizzare il linguaggio di ogni grande musicista di jazz rendendolo riconoscibile, prima ancora che dal fraseggio o dallo stile, dal timbro sonoro.
Anche nel caso della voce umana il timbro, detto anche metallo o tempera, è una sorta di impronta digitale che garantisce la riconoscibilità della fonte di uno stesso suono emesso da due persone diverse. Come per gli altri strumenti il timbro vocale è determinato da due fattori: la sorgente sonora e i risonatori. La sorgente sonora vocale è situata nella laringe, all’interno del tratto vocale, e saranno importanti per il timbro fattori come lo spessore e le dimensioni delle corde vocali che ostacolano il flusso d’aria tramite la loro adduzione come accade ad un vero e proprio strumento ad ancia. I risonatori, invece, si possono identificare con tutte le cavità situate all’interno del cranio nelle quali i suoni vengono amplificati prima di uscire dalla bocca. Essendo ogni persona unica per conformazione anatomica avrà, di conseguenza, un timbro vocale unico.

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Diversamente dagli altri strumenti, lo strumento voce ha la peculiarità di non essere fisso, ma di potersi modificare nei limiti dettati dal proprio profilo anatomico dando la possibilità al cantante di modellare il timbro di partenza colorandolo a piacimento. Definiamo, dunque, filtri i meccanismi che permettono la capacità di ispessirsi e di inclinare il piano vibratorio delle corde vocali che determinano lo spessore vocale ed il suo meccanismo pieno (M1) o di falsetto (M2); la mobilità delle corde vocali false che se sovrapposte a quelle vere determinano una distorsione del suono iniziale; la possibilità della laringe di muoversi in alto o in basso lungo il tratto vocale scurendo o schiarendo la voce; la capacità di restringimento del colletto della laringe che da penetranza al suono e la mobilità del palato molle che tramite la sua apertura o chiusura determina la nasalizzazione del suono.
L’insieme di tutte queste varianti lascia intendere quanto il timbro vocale sia unico e, contemporaneamente, malleabile diventando l’alleato principe dell’interpretazione artistica, se aggiungiamo a tutto questo che tramite alcune tecniche come il canto armonico (particolare emissione vocale che permette la scissione tra il suono fondamentale e i suoni armonici) e anche l’esercizio vocale in sé è possibile far crescere e maturare il proprio timbro capiamo quanto esso venga sottovalutato e tralasciato nei corsi di canto credendolo immutabile per natura.
Quando si parla di diversità di suoni in base alla tempera spesso si sfocia nella sinestesia definendo una voce calda o fredda, colorata, dura o morbida, evocando immagini o sensazioni eccetera questo è dovuto all’impossibilità di agire coscientemente tramite l’osservazione diretta dei cambiamenti del proprio strumento, nonostante al giorno d’oggi sia possibile farlo tramite la laringoscopia.

Fatta questa premessa e dati gli strumenti per poterci orientare nel mondo del timbro vocale iniziamo il percorso descrittivo dell’evoluzione del timbro jazz partendo dalle sue influenze ed origini fino ai giorni nostri, scopriremo che spesso i cambiamenti timbrici, dovuti sia alle diverse personalità che al diverso modo di gestire i filtri vocali, hanno evidenziato un progressivo distaccamento dal suono pieno e plateale verso uno più intimo ed introspettivo. Il vero protagonista in questo processo di modernizzazione vocale è per l’appunto il timbro.

continua...



RISPOSTA: DIPENDE DAL NUMERO DI SUONI SUBORDINATI O ARMONICI PRODOTTI DURANTE LA FONAZIONE E DAL MODO IN CUI SI COMBINANO TRA DI LORO

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